Oltretomba nella cosmologia biblica

oltretomba

Introduzione all’oltretomba

La concezione dell’oltretomba nella cosmologia biblica è profondamente influenzata dal contesto culturale del Vicino Oriente antico. Contrariamente all’immaginario medievale di un inferno popolato da demoni e governato da satana, lo sheol biblico è un regno d’ombra, silenzioso e privo di giudizio escatologico. Esso rappresenta una dimora spettrale di riposo e oblio, distante dalle vivide descrizioni di tormenti che caratterizzeranno la letteratura apocalittica post-biblica.

Comprendere lo sheol richiede di collocarlo all’interno delle cosmologie del mondo antico, in cui il regno dei morti era una realtà inevitabile e onnipresente. La Mesopotamia, con il suo Kur o Irkalla, descrive il regno dei morti come una «Casa dell’Oscurità», dove le anime vagano prive di luce e nutrite di polvere e argilla.1 Similmente, i Cananei immaginavano Mot come il signore del regno dei morti, dove le ombre dei defunti, i refaim, dimorano in una voragine senza ritorno.2 In Egitto, invece, il Duat è un luogo di giudizio, governato da Osiride, in cui le anime vengono pesate e punite o premiate.3

Nell’Antico Testamento, invece, lo sheol rimane un luogo indistinto, un regno senza giustizia retributiva, dove i potenti e gli umili condividono il medesimo destino (Giob. 3,19; Sal. 88). Nei paragrafi seguenti, esploreremo più a fondo le caratteristiche di questo regno d’ombra e il suo sviluppo nel pensiero biblico.


Il Vicino Oriente Antico e l’oltretomba

Nel mondo antico, l’oltretomba o soggiorno dei morti era concepito come un regno sotterraneo oscuro, un luogo di polvere e silenzio che avvolgeva i defunti in un oblio eterno. In Mesopotamia, il Kur o Irkalla rappresentava il regno dei morti, governato da Ereshkigal e Nergal. La descrizione di Enkidu nella Epopea di Gilgamesh è emblematica:

Alla casa in cui gli abitanti sono privi di luce, dove la polvere è il loro cibo e l’argilla il loro nutrimento; essi sono vestiti come uccelli, con ali per vestiti, e non vedono la luce, dimorando nelle tenebre.4

Questo regno di ombre, dove i morti vagano senza memoria né luce, rispecchia in parte la concezione biblica dello sheol. Nella Bibbia, lo sheol è descritto come una «terra di tenebra e di ombra mortale» (Giob. 10,21-22), un luogo in cui «non c’è opera, né pensiero, né conoscenza» (Eccl. 9,10). Le anime dei defunti non conservano coscienza, ma riposano in uno stato di totale inattività.

Anche presso i Cananei, il regno dei morti è concepito come una voragine oscura. Mot, il signore della morte, trascina perfino il dio Baal nel suo dominio infero, da cui nessuno ritorna.5 In questo regno sotterraneo, i refaim — ombre dei defunti e antichi giganti leggendari — vagano senza meta, un concetto che si riflette anche nella Bibbia (Is. 14,9; Prov. 9,18).

Gli Egizi, invece, presentano una visione più articolata dell’oltretomba o aldirlà. Il Duat, il regno dei morti governato da Osiride, è concepito come un luogo di giudizio e retribuzione. Qui, il cuore del defunto viene pesato sulla bilancia della verità, e chi viene trovato colpevole viene divorato dal demone Ammit.6 Questa concezione del giudizio ultraterreno è assente nell’Antico Testamento, che mantiene un’idea di sheol come dimora neutra dei morti, senza distinzione morale tra giusti e malvagi.

Nel complesso, il Vicino Oriente antico condivideva l’idea di un regno sotterraneo di ombre, ma mentre Mesopotamia e Cananei mantenevano una visione fatalista della morte, gli Egizi svilupparono un concetto di aldilà basato sulla giustizia e sul giudizio. L’Antico Testamento, pur accennando al concetto di ombre e refaim, non abbraccia la visione egizia del giudizio, ma preserva una visione più cupa e uniforme dell’oltretomba.


Lo Sheol: dimora dei defunti

Lo sheol è menzionato oltre sessanta volte nell’Antico Testamento, ma raramente viene descritto in dettaglio. È un luogo oscuro, una fossa collettiva dove i morti giacciono come ombre silenziose, prive di coscienza e separate dalla vita. «Il piccolo e il grande là sono uguali, e lo schiavo è libero dal suo padrone» (Giob. 3,19). Questa descrizione rivela l’indifferenza dello sheol nei confronti della condizione morale dei defunti; il ricco e il povero, il re e il servo, tutti condividono lo stesso destino di polvere e oblio.

Nel Sal. 88, il poeta esprime l’angoscia di un’anima vicina alla morte:

Sono disceso nella fossa; sono come un uomo senza forza, abbandonato tra i morti, come gli uccisi che giacciono nella tomba, dei quali tu non ti ricordi più (Sal. 88,3-5)

Qui, lo sheol è associato alla tomba e alla fossa, un luogo di abbandono e dimenticanza, dove i morti «non lodano più Dio» (Sal. 115,17).

Anche il profeta Ezechiele dipinge un quadro vivido dello sheol, descrivendolo come una fossa collettiva in cui le nazioni sconfitte giacciono coperte dalla vergogna.

Asshur è là con tutta la sua gente, attorno a lui sono i suoi sepolcri […] Là è Elam con tutta la sua moltitudine (Ez. 32,22-24)

Questa visione non presenta uno scenario di tormenti inflitti da demoni, ma un regno di silenzio e oblio in cui i potenti della Terra sono ridotti alla stessa condizione dei comuni morti.

In sintesi, lo sheol biblico non è un inferno di tormenti né un luogo di giudizio, ma una dimora spettrale, priva di vita e separata dalla presenza di Dio. La morte è vista come uno stato di inattività, in cui i morti sono come «ombre» (rəfā’îm), figure spettrali prive di memoria e di volontà. Questa visione contrasta con le concezioni successive che immagineranno un aldilà stratificato, in cui i morti vengono premiati o puniti in base alle loro azioni.


Lilit, satiri e creature del deserto

Is. 13,21-22 e 34,14 evocano scenari di devastazione apocalittica, in cui città una volta fiorenti, come Babilonia ed Edom, sono ridotte a rovine infestate da creature spettrali. Il profeta Isaia utilizza un linguaggio poetico e simbolico per descrivere la desolazione:

Le bestie del deserto si incontreranno con iene, il se’ir griderà all’altro; vi si accovaccerà anche lilit e vi troverà riposo (Is. 34,14)

Questo versetto introduce due figure enigmatiche, i se’irim e lilit, associati a spiriti maligni e a creature del deserto.

I se’irim, letteralmente «caproni pelosi», sono menzionati anche in Lev. 17,7 e 2 Cron. 11,15, dove appaiono come esseri demonici a cui gli Israeliti sacrificavano. Nel contesto di Isaia, essi danzano tra le rovine come spiriti irrequieti, simbolo del caos e della desolazione. Nella mitologia greca, i satiri (se’irim) erano creature metà uomo e metà capro, associati a Dioniso e al disordine selvaggio. Gli autori biblici, pur attingendo a tale immaginario, non trasformano i se’irim in demoni dotati di potere autonomo. Essi rimangono creature liminali, relegate a spazi deserti, simboli della desolazione inflitta dal giudizio divino.

Lilit, menzionata solo in Is. 34,14, è una figura particolarmente intrigante. Il termine ebraico liylith deriva dalla radice layl, «notte», suggerendo un legame con l’oscurità. Nella mitologia mesopotamica, lilītu era un demone femminile notturno, associato al vento e alla tempesta. In alcuni incantesimi accadici, lilītu è una seduttrice e assassina di neonati, capace di volare di notte e di attaccare uomini soli nei loro letti.7 Questa figura ambigua trova eco nella tradizione giudaica post-biblica, dove Lilit diviene un demone femminile pericoloso, la madre degli incubi e dei vampiri.

Nel Talmud, Lilit appare in vari contesti. Nel trattato Shabbat 151b:10, i rabbini avvertono che

È proibito dormire da soli in una casa, e chiunque dorma da solo in una casa sarà catturato dallo spirito maligno Lilit.

Il trattato Niddah 24b:10, descrive Lilit in questo modo:

Nel caso di una donna che emette un feto che ha la forma di una lilith, un demone femmina con ali e un volto umano, sua madre è impura con l’impurità di una donna dopo il parto, poiché è una prole vitale, solo che ha le ali.

Elementi, questi, che richiamano le descrizioni dei demoni ventosi mesopotamici. Questa rappresentazione verrà ulteriormente sviluppata nei testi mistici e cabalistici, in cui Lilit diventa la prima moglie di Adamo, ribelle e sessualmente pericolosa, condannata a vagare per i deserti e a rapire neonati.

È significativo notare che nel Targum di Isaia, Lilit viene esplicitamente interpretata come una «demonessa», mentre i se’irim sono resi come shedim, spiriti maligni.8 Anche la traduzione greca della LXX traduce Lilit con onokentauros, un mostro metà uomo e metà asino, segno che già i traduttori antichi avevano compreso il riferimento a una figura demoniaca.

La tradizione cristiana, invece, tende a minimizzare la figura del lilit, interpretandola come un uccello notturno o un simbolo del male. Tuttavia, nel folklore medievale, essa riemerge come la regina dei demoni, madre dei lilim e incarnazione della lussuria perversa. Tale evoluzione riflette l’assorbimento di elementi pagani e la reinterpretazione delle figure bibliche in chiave demonologica.


Evoluzione del concetto di oltretomba

Mentre nell’Antico Testamento lo sheol rimane un regno uniforme di ombre e silenzio, con l’epoca del Secondo Tempio (400 a.C.—70 d.C.) emergono nuove concezioni dell’aldilà. L’influenza delle dottrine persiane e babilonesi, in cui il giudizio ultraterreno e la retribuzione post-mortem erano già concetti consolidati, si fa sentire anche nel giudaismo post-esilico. Questo periodo vede l’emergere della letteratura apocalittica giudaica che articola un sistema più complesso di ricompense e punizioni nell’aldilà.

Il libro di Daniele, redatto intorno al II secolo a.C., introduce per la prima volta l’idea di una risurrezione dei morti per la vita eterna o per la vergogna e l’infamia eterna:

Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni per la vita eterna e gli altri per la vergogna e l’infamia eterna (Dan. 12,2)

Qui, lo sheol non è più un regno di ombre indifferenziate, ma un luogo temporaneo in attesa di un giudizio futuro.

Anche i testi apocrifi giudaici, come il libro di Enoch e IV Esdra, approfondiscono la distinzione tra giusti ed empi nell’aldilà. Nel libro di Enoch, per esempio, i morti attendono il giudizio finale in scompartimenti separati, un concetto che prefigura l’immagine neotestamentaria del «seno di Abraamo» (Lc. 16,22) e della «voragine» che separa i giusti dai malvagi. Questa visione sarà ulteriormente sviluppata nei testi apocalittici cristiani, in cui l’aldilà assume connotazioni sempre più punitive e retributive.

Gesù Cristo introduce l’idea di un luogo di tormento separato dal regno dei giusti, descrivendolo come una «geenna di fuoco» (Mt. 10,28; Mc. 9,43). La geenna, un tempo valle di Gerusalemme in cui si sacrificavano bambini agli idoli, diviene ora il simbolo del giudizio finale. Pietro riprende questa concezione, affermando che Gesù, nello Spirito, predicò agli empi del tempo di Noè e per mezzo di Noè stesso e del bisnonno Enoch (Giuda 6). Questi empi, che abbandonarono la giustizia divina per darsi alle orge e alle fornicazioni, alla loro morte le anime furono incarcerate nell’abissso, «nelle caligine delle tenebre» (1 Pt. 3,19), un chiaro riferimento al Tartaro della mitologia greca (differente dall sheol/hades) come luogo di detenzione temporanea per quelle anime in attesa del giudizio. Quelle anime incarcerate sono una tipologia di spiriti malvagi differenti da demoni che invece si aggirano liberamente nel mondo.

Questa progressiva evoluzione del concetto di oltretomba culmina nei testi apocalittici cristiani, in cui l’inferno diviene un luogo di tormento eterno per i malvagi, separato dal «seno di Abraamo», riservato ai giusti. Tuttavia, tale concezione è assente nel Tanakh, che mantiene una visione più uniforme e fatalista della morte, senza introdurre un sistema di premi o castighi post-mortem.


Conclusione

La visione biblica dell’oltretomba appare radicalmente diversa dall’immaginario medievale dell’inferno. Lo sheol non è un reame di tormenti, ma un regno d’ombra, un luogo di oblio e silenzio dove i morti giacciono privi di coscienza. I riferimenti a lilit e ai se’irim, sebbene enigmatici, non suggeriscono una gerarchia infernale governata da demoni, ma evocano piuttosto il caos e la desolazione di luoghi abbandonati e deserti.

Solo con l’epoca del Secondo Tempio e l’influenza apocalittica persiana emergono visioni più complesse dell’aldilà, in cui giusti e malvagi vengono separati e il giudizio diviene una realtà futura. Questa concezione si riflette nel Nuovo Testamento, in cui Gesù e gli apostoli annunciano una risurrezione dei morti e un giudizio finale che trasforma lo sheol in un luogo di attesa temporanea, preludio a una retribuzione eterna.

Questo articolo è tratto da un mio volume in prossima pubblicazione sulla Demonologia Biblica, un’opera che esplorerà in profondità le figure demoniache nella Bibbia e il loro sviluppo nel pensiero ebraico e cristiano. Seguite il Blog o i miei canali per ulteriori approfondimenti su questo affascinante tema.


Note

  1. Epopea di Gilgamesh, tavola VII, in ANET, pp. 85-87. ↩︎
  2. Poemi di Ugarit, in ANET, pp. 129-131. ↩︎
  3. Libro dei Morti, cap. 125, in ANET, pp. 34-36. ↩︎
  4. ANET, pp. 85-87 ↩︎
  5. ANET, pp. 129-131. ↩︎
  6. ANET, pp. 34-36. ↩︎
  7. ANET, pp. 69-71. ↩︎
  8. Targum Yonatan su Is. 34,14. ↩︎
Daniele Salamone

Studente in Teologia presso la Facoltà Pentecostale di Scienze Religiose di Bellizzi (SA), con un percorso di approfondimento specialistico, sia accademico che rabbinico, nelle lingue bibliche ebraica e greca; studioso di Assiriologia e Storia del Vicino Oriente antico, ricercatore e autore impegnato nella produzione di contenuti biblici multimediali, orientati alla formazione didattica e alla divulgazione teologica. Autore di quasi 70 libri, con ulteriori pubblicazioni in fase di stesura.

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