Mauro Biglino: il firmamento come componente di un’astronave

firmamento

Introduzione 

La visione profetica di Ezechiele (Ez. 1,4-28; 10,1-22), è stata letta da oltre 40 anni da alcuni autori populisti in chiave ufologica, sostenendo che il profeta descrive un veicolo spaziale.1 Al contrario, studi accademici (Heiser 2008; Arthur 2026) insistono sul carattere iconografico e cosmologico del testo biblico, in continuità con la tradizione cosmologica mesopotamica. L’obiettivo di questo articolo è analizzare l’interpretazione cosmologica (cherubini come costellazioni cardinali, occhi come stelle, ruote come moto celeste) e di contro alle speculazioni di tipo “archeo-astronautico” come quelle di Mauro Biglino, Zecharia Sitchin e Erich von Däniken. Nel concludere, sottolineeremo la debolezza delle letture pseudoscientifiche, sottolineando che non c’è nel testo alcuna reale indicazione di «astronave» né l’ebraico raqîaʿ significa “lastra” o simili, come talvolta erratamente affermato. 

Analizzeremo innanzitutto la terminologia ebraica: il termine raqîaʿ e la radice rāqaʿ (רָקַע) nel Genesi e in Ezechiele. Poi passeremo al contenuto della visione, descrivendo i cherubini quadrupedi (volti) e le ruote. In seguito, discuteremo le evidenze iconografiche e testuali che collegano i quattro animali agli astri (cosmologia della sfera celeste nel Vicino Oriente antico). Quindi affronteremo la simbolica del trono: raffronti con l’arca dell’alleanza, «lo sgabello dei piedi» di Dio (1 Cron. 28,2; Is. 66,1-2) e altri testi. Infine ci concentreremo esplicitamente sulle interpretazioni ufologiche dei Biglino, Sitchin, ecc., smontandole con ragioni filologiche e storiche. 


Raqîaʿ e radice rāqaʿ: prospettiva filologica 

In Gen. 1,6-8, la parola raqîaʿ (רָקִיעַ, trad. «distesa» o «espansione») appare tre volte: Dio crea una distesa che separi le acque e la chiama «cielo». Nell’ebraico biblico raqîaʿ deriva dalla radice רָקַע (rāqaʿ), il cui significato base è «stendere, battere», come si batte un metallo con il martello. In tutti gli altri casi biblici rāqaʿ si riferisce alla lavorazione di metalli (istruire, plasmare, traforare il bronzo o stendere l’argilla).

A conti fatti, non c’è traccia lessicale nell’ebraico classico di «cerchio» o «cupola» nascosta in rāqaʿ (se mai, il significato di cupola appartiene e a chug, ח֝֗וּג, in Prov. 8,27). Pertanto raqîaʿ, che compare in Genesi 1,6 ss. ed Ez. 1,22; 10,1; è stato tradizionalmente interpretato come «firmamento, distesa»; nel contesto significa il cosmo superiore steso sopra la terra. Alcuni esegeti moderni (come Walton) hanno preferito «espansione» o «espanso», evidenziando il senso etimologico, ma non in contrasto con l’idea antica di una superficie appiattita o un ambiente celeste.2

Radice/Termine Occorrenze bibliche Significato contestuale 
רָקַע (rāqaʿ) Gen. 2,6; 1 Sam. 3,21; Ger. 22,29; 1 Re 7,50; 2 Cron. 4,12; Is. 44,13; Ger. 10,9; Am. 9:6; ecc. stendere, battere (metallo, terra) 
רָקִיעַ (raqîaʿ) Gen. 1,6-8.14-19; Ez. 1,22; 10,1; Is. 40,22; 65,17; Ap. 7,1 (stella); ecc. distesa, firmamento, volta celeste 

La tabella di cui sopra riporta le occorrenze rilevanti. Per esempio, il termine raqîaʿ compare in Gen. 1,6-8 come «distesa» (che implica orizzontalità) dove Dio separa le acque inferiori da quelle superiori. Allo stesso modo Ez. 1,22 descrive il raqîaʿ sopra i cherubini «come una volta di cristallo di ammirevole splendore», e 10,1 parla della distesa di zaffiro su di essi. L’uso in Is. 40,22 (distesa come tende) e 66,1 («il cielo è il Mio trono, la terra il mio sgabello») confermano l’idea biblica di un cosmo stratificato con un firmamento superiore.

In nessun passo biblico raqîaʿ indica esplicitamente una forma circolare o una tecnologia: è semplicemente lo spazio sopra la terra. Al contrario, la radice rāqaʿ figurava nei testi cultuali e di artigianato (martellare colonne, lastrine metalliche, ecc.) e anche nella descrizione di manufatti. Questo conferma che nessun legame etimologico supporta l’idea popolare di un disco di metallo disteso al cielo citata da Biglino. 

Non solo la tradizione ebraica ma anche la cosmologia dei popoli vicini tendeva a immaginare il cielo come una volta o distesa sopra la terra. Per esempio nell’Enūma Eliš babilonese la testa di Tiamat divisa forma il cielo, ma non viene mai descritto come un disco volante; si parla piuttosto di un «mantello» o muro che separa acque superiori e inferiori.3 In ambito ugaritico ed egizio erano comuni immaginazioni di un cielo sorretto su colonne o diviso per creare spazio agli astri; nessuna fonte antica paragona il raqîaʿ un veicolo spaziale.


I cherubini di Ezechiele: simbolismo tetramorfo e costellazioni 

Nel dettaglio della visione di Ezechiele, compaiono quattro creature viventi («esseri viventi») dotate ciascuna di quattro facce e quattro ali, disposte a formare un quadrato. Come riporta Ez. 10,14-15: 

Ogni cherubino aveva quattro facce: la prima faccia era una faccia di cherubino; la seconda faccia, una faccia d’uomo; la terza, una faccia di leone; la quarta, una faccia d’aquila […].

Questa descrizione riprende e amplia l’iconografia del cherubino biblico (nell’Antico Testamento i cherubini appaiono solitamente come coppie con due facce o come quadrifronti nell’arte del tempio), trasformandola però in una struttura tetra-facciale pienamente compositiva. Analisi recenti sottolineano che tali figure erano state “inventate” dal profeta (non apparevano in alcuna tradizione precedente) e rispecchiano uno schema numerico simbolico.

All’interno della nuvola si trovano quattro creature, ciascuna con quattro ali e quattro facce. Questi “esseri viventi” [ḥayyôt] – in seguito esplicitamente chiamati kərûbîm (10:20) – sono paragonabili ai grifoni, alle sfingi, ai lama e ad altri mostri compositi che adornavano troni, altari e ingressi in tutto l’antico Vicino Oriente. In Israele, queste bestie mitiche erano strettamente associate all’arca dell’alleanza (Esodo 25:10-22; Numeri 7:89; 2 Sam. 6:2). Normalmente, la tradizione biblica parla solo di una singola coppia (Esodo 25:18; 1 Re 6:23). Facendo quattro cherubini e dando loro quattro facce e quattro ali, Ezechiele ha liberamente innovato. Qui, come in diverse altre occasioni, il profeta ha sottoposto i dettagli a uno schema numerico.4

Infatti i quattro esseri sono disposti ai «quattro angoli della terra» (Ez. 7,2b); essi formano un cerchio fisso e ognuno guarda verso uno dei quattro punti cardinali. Arthur sottolinea:

Ogni faccia umana è rivolta verso l’esterno verso un punto cardinale […] Ciascuno camminava dritto davanti a sé.5

In pratica i cherubini quadrupedi formano un contesto cosmico a quattro direzioni, senza necessità di girarsi per muoversi.

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Tale disposizione quadriforme dei cherubini riflette la convenzione delle grandi cosmologie mesopotamiche, dove i guardiani del trono celeste o del regno sono spesso figure composite. Statue di lamassu assiri (teste umane su corpi di toro o leone alati) e sfingi e figure quadrifronti dei templi (soprattutto in Ugarit/Egitto) richiamano le creature di Ezechiele. Per esempio le famose lamassu neo-assire di Nimrud (VIII-VII sec. a.C., Met Museum) avevano testa umana, ali spiegate e corpo leonino o taurino: queste figure mitiche guardavano gli ingressi dei palazzi come protezioni divine. Sebbene “cherubim” e “lamassu” non siano termini equivalenti, entrambi compaiono nel repertorio iconografico del Vicino Oriente. Nel testo ebraico Ez. 10,20 fa esplicito: gli esseri che vedeva erano kərûbîm, ovvero cherubini. L’analogia culturale rimane forte: i cherubini di Ezechiele riprendono dunque motivi antichi (teste combinate, corpi alati) ma inseriti in un nuovo insieme quadripartito. 

Dal punto di vista cosmologico, i quattro animali corrispondono alle costellazioni principali legate ai solstizi ed equinozi, un’idea ampiamente attestata nell’astronomia/astrologia antica (cfr. Ap. 4,7-8: il «leone», «vitello» [bue], «uomo», «aquila»; similmente Ez. 10,14; come pure in tradizioni babilonesi di «quattro stelle» cardinali o i le immagini di Ba’al). Ogni animale rappresenta idealmente un segno zodiacale o un quadrante celeste: l’uomo (Acquario/airone), il leone (Leone), il bue (Toro) e l’aquila (Scorpione trasformato) sono simboli ricorrenti (per esempio, su antichi sigilli o rilievi, come quelli di Nimrud che mostrano figure composite di toro o leone alati).

Sebbene non abbiamo testi astrologici ebraici diretti, il passo di Dan. 7,2-4 parla di quattro bestie emerse dal mare (leone, orso, leopardo, bestia terribile), che è un altro schema tetramorfo con scontri – qui interpretati come regni. Comunque sia, Arthur nota che i cherubini «sono paragonabili ai leoni alati, sfingi, lamassu e altri mostri composti che adornavano troni, altari e ingressi nel Vicino Oriente antico»6. Insomma, la visione non descrive con precisione realistica “macchine volanti”, bensì esseri mitologici, esseri viventi (e gli oggetti non sono esseri viventi), che incarnano i massimi elementi celesti. 

Riferimenti scritturali rilevanti

  • Ez. 1,10-12; 10,9-14: i testi descrittivi che abbiamo citato mostrano chiaramente il carattere simbolico (facce divine multiple, occhi sugli accessori, ecc.). 
  • Ap. 4,6-8: Giovanni rievoca analoghe quattro creature intorno al trono divino, ognuna con volto di leone, bue, uomo e aquila e ricoperte di occhi. Ciò sottolinea come l’iconografia delle quattro creature fosse già tradizionalmente legata al regno celeste nel cristianesimo, anticipata nelle visioni veterotestamentarie (vedi anche Ez. 10,20). 
  • Is. 6; Ez. 10; 1 Re 6: altri testi (i cherubini sopra il propiziatorio dell’arte dell’alleanza, 1 Re 6,23-28) rafforzano l’idea di cherubini come presenze alate associate al trono di Dio.

Occhi e stelle: la connessione astrale 

Un altro elemento chiave della visione è la frequenza degli occhi. I cherubini (o gli «esseri viventi») hanno ali piene d’occhi tutt’intorno (Ez. 1,18; 10,12), e ciascuna delle ruote al loro fianco è «piena d’occhi» tutt’intorno. Questa immagine sembra suggerire che i loro “occhi” non sono semplici organi visivi umani ma simboli di luce stellare: nei testi sacri l’“occhio” è spesso metafora di stella luminosa. Arthur, ripreso da altri studiosi, argomenta che gli occhi qui enfatizzano la sovrabbondanza di visione divina e corrispondono alla volta stellata. Infatti, nella tradizione antica si sapeva che il firmamento era ricoperto di astri: una connotazione coerente è che «gli occhi» del creato corrispondano alle stelle fisse (come i «guardiani» celesti). Per esempio, quando Ezechiele descrive il firmamento come «cristallino» (1,22), possiamo intendere che sotto di esso brillano innumerevoli stelle (occhi che tutto vedono) in un cielo ricco di energia divina.

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Nei testi mesopotamici esiste il concetto di shamashagu (stella, luce) e di visione celeste; molti bassorilievi mostrano figure divine avvolte da raggi ed occhi. Anche in Ugarit e in Egitto le costellazioni hanno spesso la forma di animali alati (cfr. l’uccello Horus). Sebbene non esistano testi che spiegano letteralmente gli «occhi» dei cherubini, il loro effetto sovrannaturale è stato paragonato alle “stelle veglianti”. Pertanto, ogni riferimento biblico agli «occhi» multipli intorno alle creature è meglio interpretato astronomicamente piuttosto che come occhi biologici. 


Le ruote intrecciate: moto celeste e processione 

Accanto a ciascuna creatura, Ezechiele vede una ruota di grandi dimensioni. Le ruote sono descritte così (Ez. 1,15-17; 10,9-11):

Mentre guardavo gli esseri viventi, ecco una ruota in terra presso ciascuno di essi, verso le loro quattro facce. L’aspetto delle ruote era come il bagliore del crisolito, tutte e quattro si somigliavano; il loro aspetto e la loro struttura erano come se una ruota fosse in mezzo a un’altra ruota. Quando si muovevano, andavano tutte e quattro dal proprio lato e, andando, non si voltavano […]

Io guardai, ed ecco quattro ruote presso i cherubini, una ruota presso ogni cherubino; le ruote avevano il bagliore di una pietra di crisolito. A vederle, tutte e quattro avevano una medesima forma, come se una ruota fosse in mezzo all’altra. Quando si muovevano, si muovevano dai loro quattro lati; muovendosi non si voltavano, ma seguivano la direzione dal luogo verso il quale guardava il capo e, andando, non si voltavano.

In pratica ogni ruota sembra essere composta da due cerchi che si incrociano per formare una struttura “a incrocio” (immaginiamo due cerchi rigidi su piani ortogonali). Queste particolari ruote non richiedono di ruotare in senso orizzontale per cambiare direzione: semplicemente avanzano insieme ai cherubini senza girare. 

Questo meccanismo rispecchia l’idea di un moto circolare continuo, proprio di un’astrazione celeste. In altre parole, le ruote intrecciate alludono al movimento ciclico degli astri incastonati al firmamento, attorno alla Terra. Arthur osserva che la loro «costruzione è piuttosto singolare […] un cerchio in mezzo a un altro cerchio», probabilmente con telai a croce che permettevano alla ruota di avanzare in qualsiasi direzione. Ciò simboleggia che l’intero cielo ruota come un blocco compatto, seguendo i cherubini/disposizione cardinali.

Un’interpretazione coerente dal punto di vista non meteorologico7 è che le ruote rappresentino gli orizzonti astronomici fissi o il sistema delle sfere rotanti: essi riflettono la nozione antica di planetario celeste dove le stelle e i segni zodiacali (i “denti” del meccanismo) sono portati avanti dal moto divino. Il fatto che anche sulle ruote «tutti e quattro» gli anelli «erano pieni d’occhi» può essere visto come estensione dell’idea di stelle, ora sul meccanismo stesso. In definitiva, le ruote incarnano il concetto di processoione/celio rotante, non certo di ingranaggi meccanici terrestri.

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Simili idee di ruote celesti appaiono occasionalmente nell’arte e nei miti. Nel poema di Ninurta nel mondo mesopotamico un carro celeste viene trainato da oche o da giovani con ruote di fuoco; nei rilievi assiri compaiono animali che trainano carri con ruote ornate da raggi. Il concetto di ruota cruciforme è presente anche in testi indiani e in modelli arcaici di “modello dell’universo”, benché meno esplicitamente collegato alla visione ebraica. Significativamente, il commento di Arthur sottolinea che il treno celeste di Ezechiele non è un semplice carro terrestre: si tratta di “simbologia” pura. Le ruote, come i cherubini, non devono girare; sono integrate nella struttura fissa del cosmo. In breve, le ruote non sono trattate come componenti di un veicolo fisico, ma come emblema del moto astronomico. 


Il trono di Dio, l’arca e lo “sgabello” cosmico 

Nel discorso di Davide a Salomone (1 Cron. 28,2), l’arca dell’alleanza è chiamata «sgabello dei piedi del nostro Dio». Allo stesso modo Is. 66,1 afferma: «Il cielo è il Mio trono e la terra è lo sgabello dei Miei piedi». Queste immagini sottolineano un tema ricorrente: Dio siede in cielo mentre la terra è la base del Suo Regno. Nel tempio di Gerusalemme, infatti, l’“Arca” (costruita secondo progetto divino, Es. 25,10-22) aveva due cherubini d’oro con le ali spiegate sul propiziatorio, e il Sommo Sacerdote aspettava lì la presenza di YHWH. Quando il profeta vede un “piattaforma-trono” sotto la figura divina (Ez. 1,26) e un «firmamento» simile al cristallo (1,22), i commentatori notano che la sua metafora è proprio quella di un trono celeste sopra una base.

L’esegesi di Arthur interpreta il firmamento come una copertura che trattiene le acque del cielo, con sopra il trono di Dio; così il cosmo a più livelli di Ezechiele (terra, firmamento, trono) è specchio del tempio. In particolare, il profeta intende mostrare simbolicamente che il tempio è l’immagine del cosmo, e viceversa. Gli elementi che vede (cherubini in quadrato e ruote) rispecchiano l’arca (con cherubini) ampliata, e il firmamento come piedistallo. 

Motivo simbolico Scritture bibliche Paralleli ANET/icone 
Cherubini quadrupli (quattro volti) Ez. 1,10-14; 10,14-16; Ap. 4,7-8Lamassu assiri, sfingi, guardiani tetramorfi degli altari 
Occhi “tutt’intorno” Ez. 1,18; 10,12; Ap. 4,8 Spesso associati a stelle/sistema stellare (vedi simbolismo mesopotamico) 
Ruote incrociate Ez. 1,15-17; 10,9-11 Concetto di moto celeste/processione ciclica (per esempio, il carro di Ninurta, modelli astronomici) 
Firmamento/stella (raqiaʿ) Gen. 1,6-8; Ez. 1,22; Is. 40,22 Tetto celeste o copertura acquifera nel mito babilonese (Enuma Elish) 
Sgabello/trono di Dio 1 Cron. 28,2; Is. 66,1; Sal. 99,1 Immagini divine su animali (Es. 25,18; Ugarit Ba’al su toro/leone); sgabello altare 

La tabella confronta i motivi simili: si noti la corrispondenza (e l’uso frequente di figure animali alate nei troni reali/divini ANET). Questo supporta l’interpretazione che Ezechiele dipinge un cosmo sacro con simboli noti, e non un veicolo da campo di battaglia.

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Letture ufologiche (Biglino, Sitchin, Von Däniken) 

Le interpretazioni pseudoarcheologiche di autori come Mauro Biglino, Zecharia Sitchin o Erich von Däniken si basano spesso su traduzioni fantasiose o prese di posizione non filologiche. Per esempio Biglino talvolta rende raqîaʿ con “lastra” o “tetto” legando la parola come se fosse il tettuccio dell’astronave di YHWH, postulando che gli ebrei antichi avessero il concetto di spazio come una radiocomunicazione o di scudo a raggi solari; ma questa è pura speculazione. Gli esperti sottolineano che il termine ebraico è normalmente tradotto nel senso di «spazio, distesa» e che nessuna fonte antica documenta «cupola» in senso tecnologico.8 Allo stesso modo, Biglino interpreta le parole ebraiche come nomi di astronavi senza alcun fondamento.

Nel dettaglio, la tesi secondo cui Ezechiele vedrebbe un “disco spaziale” (“eranomotore a eliche o rotore”) contraddice il testo biblico stesso: Ezechiele descrive entità viventi, fuoco, nuvole e fulmini, e parla esplicitamente di un “firmamento” cristallino e di un trono, nessun accenno a componenti meccanici. Non c’è alcuna menzione di “motori” o di tecnologia, né rāqîaʿ indica un materiale solido o tecnologico. In aggiunta, come ha osservato Michael S. Heiser, i dettagli (occhi, ruote che non si voltano, ecc.) coincidono perfettamente con la tradizione simbolica antica e con la cosmologia biblica, rendendo superflue ipotesi di veicoli alieni.9 Per esempio, il resoconto di Gen. 1,6-8 sul firmamento è identico nella forma di quello che troviamo in Ezechiele (immagine della distesa di acque), ma nessun interprete storico lo collega a UFO.

In conclusione, ogni affermazione di “Ezechiele = astronauta alieno” cade senza fondamento linguistico e iconografico: sono letture forzate che ignorano i criteri ermeneutici elementari. 


Conclusioni

La ricostruzione complessiva del testo e del contesto mostra che la visione di Ezechiele è un’allegoria complessa del cosmo sacro, non la descrizione di un oggetto fenomenico tecnologico. I cherubini di Ezechiele evocano figure mitiche tradizionali e i loro attributi (facce multiple, ali, occhi, ruote) si inquadrano coerentemente in temi astronomici e religiosi dell’Antico Vicino Oriente. Le nozioni di trono divino e sgabello corrispondono a una concezione del mondo in cui il Regno di Dio si estende dal cielo alla terra.

L’analisi filologica evidenzia che raqîaʿ non significa “disco piatto volante” o simili, e nessuna fonte antica supporta tale senso. Le teste d’uomo, leone, toro e aquila erano già viste come parti di creature celesti o terrestri sacre. In definitiva, Ezechiele utilizza simboli veterotestamentari ed extra-biblici presenti nel contesto babilonese in cui si trovava (i quattro animali, il carro celeste, la corte divina) per illustrare la presenza onnipervadente di Dio nella natura; non sta parlando di aeromobili. 

Questo approccio permette anche di ribattere puntualmente alle affermazioni di Biglino e compagni. Per esempio, quando Biglino (e seguaci) reinterpretano Ezechiele citando significati alternativi di parole (es. raqîaʿ come lamiera o componente di un aeromobile) o isolando versi da un contesto coerente facendoli divantare incoerenti, dimenticano che ogni termine chiave ha molti usi biblici e che il quadro complessivo punta univocamente ad una visione sacra. Se applicassimo le stesse regole di Biglino ad altri passi (come Is. 6 o Daniele) arriveremmo a conclusioni altrettanto arbitrarie e bizzarre. Al contrario, seguendo il rigore esegetico possiamo spiegare lucidamente ogni dettaglio come parte di un messaggio teologico-cosmologico antico, senza bisogno di ipotizzare interventi alieni o testi criptati. 

In conclusione, i dati testuali e iconografici – presentati qui e corredati da paragoni incrociati con i testi ANET (Ancient Near East Text) – mostrano chiaramente che l’interpretazione ufficiale (non “aliena”) è corretta. Le visioni di Ezechiele si inseriscono nella tradizione biblica e semitica del mondo come trono di Dio, arricchita di immagini provenienti dal vicino Oriente. Le esegesi moderne (sostenute da colossi come il compianto Heiser e da altri studiosi di ebraismo antico) invitano pertanto a respingere le letture di fantasia: non c’è alcuna prova reale che i cherubini di Ezechiele fossero “astronavi aliene”, mentre esistono molte motivazioni per intendere il brano come religione cosmologica.

Dal mio canale Youtube: Daniele Salamone

Bibliografia essenziale

  • World History Encyclopedia, “Enuma Elish – The Babylonian Epic of Creation“. 
  • Hooker, T. “Raquia: the firmament or the sky?” Interpretation 40 (1986): pp. 61-77. 
  • Sarna, Nahum M., Genesis, The JPS Torah Commentary, Jewish Publication Society, Philadelphia 1989. 
  • Andersen, Francis I., David Noel Freedman (a cura di), Approaching Yehud: New Approaches to the Study of the Persian Period. Winona Lake: Eisenbrauns, 1994. 
  • Westermann, Claus, Isaiah 40–66: A Commentary, OTL, Westminster Press, Philadelphia 1969) – per Is. 66,1. 
  • Walton, John H., The Lost World of Genesis One, IVP Academic, Downers Grove 2009). 
  • Altre fonti e saggi accademici citati nel testo (Heiser 2015, The Unseen Realm; Smith 1991, The Early History of God). 

Bibliografia critica alle teorie di Mauro Biglino

Note

  1. Per maggiori approfondimenti, si veda la mia rubrica su Libero Pensatore 2.0, oppure la mia playlsit di Youtube dedicata alle teorie di Mauro Biglino. ↩︎
  2. Simone Venturini, Il profeta Ezechiele descrieve davvero un UFO?, in Aleteia.org (29/01/2018); David Arthur, Ezekiel’s Radical Iconoclasm, in The Journal of Theological Studies (13/02/2026). ↩︎
  3. Arthur, cit. ↩︎
  4. Ibidem. ↩︎
  5. Ibidem. ↩︎
  6. Ibidem. ↩︎
  7. Quando la gloria di Dio si manifesta sulla terra e il “firmamento” non è coinvolto, essa compare in sembianza di tempesta: fulmini, lampi, venti vorticosi e uragani. Come il caso del “rapimento” di Elia. La tesi astronomica di Arthur si allinea meglio alla visione estatica dove il firmamento è presente, come il caso di Ezechiele e l’Apocalisse giovannea. ↩︎
  8. Arthur, cit. ↩︎
  9. Dr. Michael S. Heiser, Ezekiel’s Vision, Part 2 in drmsh.com (17/08/2008). ↩︎

Daniele Salamone

Studente in Teologia presso la Facoltà Pentecostale di Scienze Religiose di Bellizzi (SA), con un percorso di approfondimento specialistico, sia accademico che rabbinico, nelle lingue bibliche ebraica e greca; studioso di Assiriologia e Storia del Vicino Oriente antico, ricercatore e autore impegnato nella produzione di contenuti biblici multimediali, orientati alla formazione didattica e alla divulgazione teologica. Autore di quasi 70 libri, con ulteriori pubblicazioni in fase di stesura.

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